Thursday, July 26, 2007

Economia, Filosofia, e Politica

Hans-Hermann Hoppe intervistato il 25 febbraio 2004 da Emrah Akkurt, dell'Associazione Turca per il Pensiero Liberale. Hans-Hermann Hoppe è professore di economia all'Università del Nevada, a Las Vegas, Senior Fellow del Ludwig von Mises Institute e redattore del Journal of Libertarian Studies. Il suo libro più recente è Democrazia: Il Dio Che Ha Fallito ed è redattore de Il Mito della Difesa Nazionale.

Il suo sito personale è
www.HansHoppe.com.
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Akkurt: Come siete diventato un libertario e quali sono stati i pensatori più importanti nel formare le vostre idee?

Hoppe: Da giovane “ginnasiale” in Germania, ero marxista. Poi, come studente all'università di Francoforte, incontrai la critica a Marx di Boehm-Bawerk e con essa finì per me l'economia marxista. Di conseguenza, per un periodo diventai un tipo di scettico, attratto dalla metodologia Popperiana positivista ed in particolar modo falsificazionista ed al programma di Popper di ingegneria sociale frammentaria. Come Popper stesso, al momento ero un democratico della destra sociale. Poi le cose sono cambiate velocemente. In primo luogo ho incontrato Milton Friedman (piuttosto buono), quindi Hayek (migliore), Mises (ancora di gran lunga il migliore, a causa della sua esplicita metodologia-anti-positivista-aprioristica) e infine, il più importante successore teorico di Mises, Murray N. Rothbard.

Akkurt: In che misura la vostra educazione scolastica coincide con il vostro essere un libertario?

Hoppe: Non ho imparato il libertarianismo o l'economia del libero mercato all'università. I miei professori erano socialisti o interventisti. Certo, (anche se di rado) i nomi di alcuni sostenitori del libero mercato venivano occasionalmente accennati: Boehm-Bawerk, Mises, Hayek, anche Herbert Spencer come sociologo. Tuttavia, venivano scartati come antiquati apologeti del capitalismo, indegni della seria attenzione di qualcuno. Così ho dovuto scoprire bene o male tutto per conto mio attraverso una quantità di letture (molte delle quali a posteriori si sono rivelate uno spreco di tempo). Oggi, potete cliccare su www.mises.org e tutto è sotto alle vostre dita. Le cose sono decisamente migliorate a questo proposito.

Akkurt: Durante i primi anni del secolo, gli economisti “capitalisti” erano in una posizione di apologeti. Ciò è vero specialmente prima che cominciassero le critiche di Mises. I testi di Mises furono decisivi nel portare i socialisti all'odierna posizione di “apologeti”. I testi di Mises inoltre hanno condotto ad un'economia austriaca distinta, separata dal paradigma neoclassico. Durante la vostra educazione scolastica, avete pensato che l'economia austriaca è, o avrebbe dovuto essere, distinta dal pensiero neoclassico. Qual è stato il processo del passaggio dalla critica ad un metodo alternativo?

Hoppe
: Fino agli anni '50, la maggior parte degli economisti condivideva l'opinione riguardo alla natura dell'economia espressa da Lionel Robbins, nella suo famoso Natura ed Importanza della Scienza Economica (1932). Robbins, che era stato al tempo influenzato pesantemente da Mises, presentò l'economia come una certa specie di logica applicata (Mises la chiamerebbe “prasseologia”). Cominciava con alcuni premesse semplici ed ovviamente vere (assiomi), quindi giungeva per mezzo della deduzione logica a varie conclusioni (teoremi economici). Queste conclusioni o teoremi erano, premesso che non fossero stati commessi errori nel processo di deduzione, logicamente veri e sarebbe un errore di categoria se uno desiderasse la “prova empirica” di tali teoremi. (Non chiediamo la “prova empirica” per le verità e gli argomenti logici, o le proposizioni matematiche. Per esempio, non verifichiamo empiricamente la legge di Pitagora, possiamo dimostrarla deduttivamente, e colui che volesse “dimostrarla” empiricamente, misurando angoli e lunghezze, non sarebbe considerato “più scientifico” ma piuttosto come totalmente confuso). Oggi solo gli “austriaci” difendono ancora questa (dal mio punto di vista corretta) visione dell'economia come logica applicata.


Dagli anni '50, in gran parte per l'influenza di Milton Friedman, la maggioranza degli economisti hanno adottato preferibilmente la visione “positivista” per cui l'economia dovrebbe provare ad imitare i metodi impiegati nella fisica. Di conseguenza, l'economia moderna è diventata matematica di basso livello senza significato empirico o applicazione che dir si voglia. Oppure costruisce ed esamina i cosiddetti modelli, “provando” così (nel migliore dei casi) ciò che è già evidente a tutti, come l'acqua che scorre verso il basso, o mostrando attraverso i mezzi empirici ciò che può essere stabilito logicamente (come confermare la legge di Pitagora empiricamente). Tuttavia, in molti casi e con lo stesso metodo, “provano” empiricamente che l'acqua talvolta scorre verso l'alto e, assurdamente, che la legge di Pitagora non sempre funziona. In breve, la moderna economia mainstream è in uno stato di confusione totale.

Quando cominciai a studiare economia mi venne insegnata la metodologia positivista insieme ad essa. Tuttavia, fin dall'inizio non ero convinto. La legge di utilità marginale, o la teoria della quantità di moneta, o la constatazione che se uno aumentasse lo stipendio minimo negli Stati Uniti a $500 l'ora ne risulterebbe disoccupazione di massa, non mi apparivano come ipotesi discutibili che richiedono prova empirica, ma come verità logiche dirette. Mi ci volle qualche tempo per scoprire che questa era in effetti la visione classica, sposata più esplicitamente da Robbins e da Mises. Scoprire Mises e Robbins fu per me un grande sollievo intellettuale e per la prima volta mi fece prendere (e studiare) seriamente l'economia.

L'economia tradizionale è irrilevante, ma aperta all'idea della sperimentazione e dell'ingegneria sociale (come altrimenti provare le proprie ipotesi?). Ecco perché lo stato interventista moderno è disposto a finanziare l'intero esercizio. In contrasto, l'economia austriaca è di grande importanza pratica, ma si oppone generalmente all'interventismo economico come controproduttivo. Non sorprende, allora, se l'EA riceve poco o nessun supporto dallo stato. Ciò nonostante, sono ottimista che l'economia tradizionale finalmente morirà a causa della sua propria irrilevanza (articoli in famose pubblicazioni tradizionali non hanno praticamente lettori) e sarà spodestata dall'EA. Già ora, il sito dell'Istituto Mises ha più lettori di qualsiasi sito paragonabile di economia mainstream.

Akkurt: Nella sua versione moderna, l'economia austriaca, con la sua enfasi su diritti di proprietà, attività imprenditoriale e libertà hanno alleati naturali fra scuole differenti di economia. Per esempio, l'approccio ai diritti di proprietà di Alchian e Coase arriva per gran parte a posizioni politiche simili a quelle austriache. Pensate che i testi di Mises abbiano influenzato in qualche modo l'enfasi sui diritti di proprietà e l'approccio basato sul mercato oltre agli austriaci, c'è un collegamento visibile fra Mises ed alcune di queste persone?

Hoppe
: Non sono informato di alcun collegamento intellettuale fra Mises e la moderna scuola di legge ed economia di Chicago, in particolare Coase e nella sua traccia, Richard Posner. D'altra parte, Hayek era uno dei professori di Coase alla scuola di economia di Londra.
Comunque: credo che la somiglianza fra la visione austriaca della legge e dell'economia e quella di Chicago sia soltanto superficiale. In realtà, le due tradizioni intellettuali sono opposte fondamentalmente l'una all'altra. È un errore comune ma serio pensare alla scuola di Chicago come difensore dei diritti di proprietà. Infatti, Coase ed i suoi seguaci sono i nemici più pericolosi dei diritti di proprietà. Lo so, questo può suonare incredibile a qualcuno. Mi lasci quindi spiegare, usando uno degli esempi di Coase dal suo famoso articolo sul “costo sociale.”

Una ferrovia funziona al lato di un podere. Il motore emette scintille, che danneggiano il raccolto del coltivatore. Cosa si deve fare? Dal punto di vista austriaco (il classico così come quello dettato dal senso comune), ciò che è necessario sapere è chi ha stabilito la proprietà in primo luogo, il coltivatore o la ferrovia? Se il coltivatore è stato il primo, potrebbe forzare la ferrovia a smettere di emettere scintille o richiedere una compensazione. D'altra parte, se la ferrovia è stata la prima, può continuare ad emettere scintille ed il coltivatore dovrebbe pagare la ferrovia se volesse liberarsi dalle scintille.

La risposta di Posner e Coase è interamente differente. Secondo loro, è un errore pensare al coltivatore ed alla ferrovia come “nel giusto” o “nel torto” (responsabile), come “aggressore” o “vittima.” Lasciatemi citare Coase fin dall'inizio del suo famoso articolo. Dove dice che “la domanda a cui si pensa comunemente è una in cui A infligge un danno a B e ciò che si deve decidere è, come dovremmo limitare A? Ma questo è errato. Abbiamo a che fare con un problema di natura reciproca. Evitare il danno a B sarebbe infliggere un danno ad A. La domanda reale che deve essere decisa è, dovrebbe essere permesso ad A di nuocere a B o dovrebbe essere consentito a B un danno ad A? Il problema è evitare il danno più serio.” O messo diversamente, il problema è elevare il valore della produzione o della “ricchezza.” Secondo Posner, tutto ciò che aumenta la ricchezza sociale è giusto e tutto ciò che non lo fa, è ingiusto. Il compito dei tribunali, quindi, è di assegnare i diritti di proprietà (e responsabilità) alle parti in contestazione in modo tale che “la ricchezza” sia massimizzata.

Applicato al nostro caso questo significa: se il costo di impedire le scintille è minore della perdita del raccolto, allora la corte dovrebbe parteggiare per il coltivatore e giudicare la ferrovia responsabile. Altrimenti, se il costo di impedire le scintille è superiore alla perdita nei raccolti, allora la corte dovrebbe parteggiare per la ferrovia e giudicare il coltivatore responsabile. Ma più importante, questo significa inoltre che i diritti di proprietà (e responsabilità) non sono più qualcosa di stabile, costante e fisso ma sono invece diventate qualcosa di “variabile.” Le corti assegnano i diritti di proprietà secondo i dati del mercato. E se questi dati cambiano, le corti possono riassegnare tali diritti. Cioè circostanze differenti possono condurre ad una ridistribuzione dei titoli della proprietà. Nessuno può mai esser sicuro della sua proprietà. L'incertezza legale è resa permanente.

Questo non sembra nè giusto nè economico. In particolare, questo modo “variabile” di assegnazione dei diritti di proprietà certamente non condurrà ad una massimizzazione di lunga durata della ricchezza.

Akkurt: In alcuni dei vostri lavori, date risalto al fatto che Hayek enfatizza il ruolo della conoscenza ed ignora o trascura la proprietà privata. Pensate che Hayek abbia ignorato deliberatamente e sottostimato il posto cruciale della proprietà privata? Descrivete brevemente ai nostri lettori il vostro punto di vista sulla proprietà e sulla conoscenza in un'economia imprenditoriale.

Hoppe
: Hayek fu effettivamente sempre, dai suoi anni da studente in poi, interessato nella psicologia. Ha scritto un libro interessante su di essa (Sensory Order). Ciò può spiegare la sua particolare enfasi sulla conoscenza e la sua relativa negligenza sulla proprietà. Per esempio, Hayek ha scritto un famoso articolo su “l'Uso della Conoscenza nella Società.” Mises non avrebbe mai scritto un articolo con quel titolo. Il suo titolo sarebbe stato “l'Uso della Proprietà nella Società.”


Nel famoso dibattito sul calcolo socialista, Hayek ha sostenuto spesso l'impressione che il problema centrale del socialismo era “l'impossibilità” di centralizzare in una singola mente (il pianificatore centrale) tutta la conoscenza che esiste dispersa nelle teste di un gran numero di individui separati. Quello che ho indicato io invece, in accordo con Mises, è che il problema centrale del socialismo è quello di centralizzare (concentrare) un gran numero di proprietà fisicamente disperse ed individualmente possedute nella proprietà di un'singola agenzia (dello stato socialista). È questa concentrazione di tutta la proprietà in una mano che rende il calcolo economico impossibile. Poiché dove c'è soltanto un proprietario di tutte i beni capitali, non c'è acquisto e vendita di tali merci; quindi, nessun prezzo dei beni capitali esiste ed il calcolo monetario è impossibile.

E per quanto riguarda la conoscenza speciale individuale, del tempo e del luogo, a cui Hayek dà risalto, è importante tenere presente che questa conoscenza è essenzialmente il risultato – o epifenomeno – di una diversità di fondo della proprietà privata. È la nostra proprietà ed il requisito di dover continuamente agire all'interno dei suoi vincoli, questo innanzitutto determina la conoscenza (al di là di un'abbondanza di conoscenza generale) che è importante per noi di avere e che successivamente dirige, modella ed individualizza i nostri interessi e la nostra ricerca di conoscenza.

Un imprenditore rischia la sua proprietà nel tentativo di soddisfare certi futuri, ipotetici compratori meglio di come fanno altri. Se riesce, guadagnerà un profitto, a significare che ha servito bene i consumatori. Se fallisce, avrà una perdita, a significare che ha servito male i consumatori. Poiché rischiano la loro stessa proprietà, gli imprenditori sono generalmente attenti e circospetti nei loro investimenti e cercano di evitare ogni spreco. I “cattivi” imprenditori (in perdita) prima o poi falliscono e diventano impiegati (anziché essere datori di lavoro) ed i loro beni capitali mal investiti saranno comprati (a prezzi propriamente ribassati) da altri o da nuovi imprenditori.

Per inciso: al contrario, i funzionari di governo non producono nulla che i consumatori richiedano (altrimenti non avrebbero bisogno delle tasse per finanziarsi; venderebbero semplicemente qualunque “bene” avessero da offrire e vivere del guadagno della vendita). I funzionari di governo spendono il reddito ottenuto con le tasse su ciò che loro pensano sia buono, non su ciò che i consumatori pensano. Inoltre, i funzionari di governo, che non spendono i loro soldi, ma i soldi presi coercitivamente da altri sotto forma di tasse, sono in genere trascurati e spreconi nell'amministrazione di tali fondi.

Akkurt: Qual è la vostra opinione sulla scuola della scelta pubblica. Se non vado errato criticate James Buchanan per aver difeso lo stato. Descrivete brevemente il vostro punto di vista sulla questione. Perchè c'è una tensione fra il vostro pensiero e la scelta pubblica?

Hoppe
: La scuola della scelta pubblica – soprattutto Buchanan e Tullock – è accreditata tipicamente per la constatazione che la gente all'interno del governo è tanto orientata verso l'interesse personale quanto la gente fuori del governo, cioè, nel commercio privato. Gli uomini non cambiano la propria natura e non sono meno interessati una volta diventati funzionari di governo.


Ora questa è naturalmente una constatazione fondamentalmente corretta. Ma questa constatazione non è nuova. Potete trovarla dappertutto nella letteratura. Certamente i sociologi politici “realisti” quali Gaetano Mosca e Robert Michels già lo sapevano e anche per gli “austriaci” era cosa nota, ovviamente.

Cosa c'è di nuovo nella scuola di Buchanan-Tullock è la sua teoria dello stato e dell'azione politica (come contrapposta a quella economica). Tuttavia, questa innovazione è palesemente falsa.

Buchanan e Tullock pensano che lo stato sia essenzialmente un'istituzione volontaria, alla pari con le ditte private di affari. Sostengono che “il mercato e lo stato sono entrambi dispositivi tramite cui la cooperazione è organizzata e permessa.” (Calcolo di Consenso, p. 19) E poiché lo stato è come una ditta, Buchanan allora conclude nei suoi Limiti della Libertà, qualunque cosa accada nella politica, ogni status quo, “deve essere valutato come se fosse legittimo contrattualmente.”

Ora, io considero tutto ciò come una pericolosa assurdità. Fino a Buchanan & Tullock, esisteva un accordo quasi universale, a prescindere se uno era un apologeta dello stato o un critico anarchico dello stato, riguardo alla natura dello stato, cioè cosa fosse realmente uno stato. Gli stati sono stati riconosciuti come forme di organizzazione categoricamente differenti dalle ditte: diversamente dalle ditte, ogni stato fondamentalmente si fonda sulla coercizione. L'affermazione del contrario di Buchanan avrebbe dovuto essere considerata come un errore intellettuale da bambini.

Il grande economista austriaco Joseph Schumpeter (un membro egli stesso della scuola di Losanna piuttosto che di quella di Vienna o austriaca) notò una volta su opinioni come quelle di Buchanan: “una teoria che intende le tasse sull'analogia dei debiti del club o sull'acquisto del servizio per esempio di un medico dimostra soltanto quanto lontana sia questa parte delle scienze sociali dalle abitudini scientifiche delle menti.” Mi unisco con tutto il cuore a questo verdetto.

Akkurt: Professor Hoppe, guardiamo ora ad argomenti più politici. Qual è il vostro parere come libertario circa l'intervento americano in Iraq. Pensate che gli eventi cominciati con l'11 settembre abbiano provocato una svolta sfavorevole per il pensiero libertario?

Hoppe
: I libertari hanno sempre saputo che le crisi, in particolare le guerre, sono un bene per lo stato ed un male per la libertà. Sotto la copertura di un'emergenza il potere dello stato aumenta e la libertà individuale è limitata. Questo è esattamente ciò che è accaduto negli U.S.A. dopo l'11 settembre, con il passaggio del cosiddetto Patriot Act, dell'istituzione di un ufficio di sicurezza della patria (Homeland Security), della quasi-nazionalizzazione degli aeroporti e della sicurezza negli aeroporti, ecc.


Inoltre, poiché le crisi sono buone per lo stato, gli stati spesso se non sempre fabbricano queste crisi. Per esempio, le prove sembrano ormai piuttosto convincenti che il presidente U.S.A. Roosevelt sapesse dell'attacco imminente del Giappone al porto di Pearl Harbor. Tuttavia, non fece nulla, perché voleva che l'evento accadesse, così da poter presentare “un motivo” al pubblico americano che gli permettesse di entrare nella seconda guerra mondiale – che era una cosa che voleva fare da parecchio tempo.

Per quanto riguarda l'Iraq, non tutto è ancora conosciuto. L'unica cosa certa è che il presidente Bush ed i suoi scagnozzi sono un branco di spudorati bugiardi. Ma questo difficilmente si può considerare una sorpresa. Per un bel po' di tempo, ho avuto l'abitudine di aspettarmi che le dichiarazioni di governo (negli Stati Uniti come dappertutto) fossero menzogne – finché non fosse stato provato il contrario. È diventato sempre più palese, che i bushimani [Bush-men, NdT] avevano deciso di andar a fare una lunga guerra all'Iraq prima dell'11 settembre. Ma senza l'11 settembre, sarebbe stato impossible farlo, a causa di una mancanza di sostegno alla guerra nell'opinione pubblica U.S.A. L'11 settembre ha fornito il “motivo” per effettuare l'attacco previsto. Naturalmente, questo vi fa chiedere se i bushimani – come Roosevelt – non sapessero dell'evento in anticipo e avessero deciso di usarlo a loro vantaggio. Non posso dire di conoscere la risposta a questa domanda. Nelle pubblicazioni tedesche, per esempio, è stato riportato che “l'intelligence” tedesca avvertì in anticipo e dettagliatamente gli Stati Uniti. Può occorrere molto tempo prima di scoprire cosa è accaduto realmente.

Comunque, l'attacco contro l'Iraq è stato il risultato di una strana mistura di zelo missionario evangelico, di sionismo e di imperialismo economico a muso duro (petrolio) messi assieme nel governo dei bushimani. L'Iraq era semplicemente l'obiettivo perfetto. Inizialmente, ci fu un sostegno considerevole negli Stati Uniti per la guerra in Iraq, anche se nessun collegamento è ovviamente mai esistito fra Osama bin Laden e Saddam Hussein. Naturalmente, è triste per i libertari vedere i loro vicini perdere la testa e reclamare l'uccisione di persone che non conoscono e che non gli hanno arrecato alcun danno, e la distruzione delle loro case. Lentamente ma inesorabilmente, tuttavia, gli americani stanno recuperando da questa perdita provvisoria di sanità mentale e stanno cominciando a riconoscere che sono stati traditi.

Ci sono inoltre stati certi cosiddetti libertari, affiliati con le varie organizzazioni i cui nomi derivano dalla romanziera Ayn Rand, che hanno sostenuto entusiasti la guerra in Iraq e hanno richiesto perfino che gli Stati Uniti vadano e “liberino” l'intero mondo musulmano. La genuina posizione libertaria è diversa. I libertari non sono pacifisti. Ma nel loro punto di vista, la violenza è giustificata soltanto in difesa, non per attaccare e certamente gli Stati Uniti non hanno agito per autodifesa da un attacco dell'Iraq. Vero, Saddam Hussein era un “cattivo”. Ma questo non fa dell'invasione degli Stati Uniti e dell'occupazione dell'Iraq un atto di liberazione. Se A libera B, che è ostaggio tenuto da C, questo è un atto di liberazione. Tuttavia, non è un atto di liberazione se A libera B dalle mani di C per prendere egli stesso B come ostaggio. Non è un atto di liberazione se A libera B dalle mani di C uccidendo D. Né è un atto di liberazione se A prende con la forza i soldi di D per liberare B da C. Di conseguenza, diversamente da una genuina liberazione, che è accolta dai liberati con unanime approvazione, l'occupazione degli Stati Uniti è stata incontrata da molto meno di un universale entusiasmo dagli Iracheni “liberati”.

Akkurt
: Che cosa pensate del ruolo dello stato nella società? È esso una necessità pratica, o una malvagità necessaria? Come descrivereste la transizione da un modello statale, come la Turchia, ad una società liberale classica?


Hoppe
: Dobbiamo in primo luogo definire rapidamente che cosa intendiamo per stato. Adotto quella che si potrebbe considerare la definizione standard: uno stato è un'agenzia che esercita un monopolio territoriale di ultima giurisdizione (per tutti i casi di conflitti, compresi i conflitti che coinvolgono lo stato in sé) e, implicitamente, di tassazione.


Ora: abbiamo imparato nella Microeconomia che i “monopoli” sono “male” dal punto di vista dei consumatori. Il monopolio quindi è compreso nel suo senso classico come privilegio esclusivo assegnato ad un singolo produttore di un prodotto o di un servizio, cioè come assenza “dell'entrata libera.” Soltanto ad A è permesso produrre X. Qualsiasi simile monopolista è male per i consumatori perché, protetto dai nuovi arrivi potenziali nella sua zona di produzione, il prezzo di X sarà più elevato e la qualità, al contrario, più bassa.

Perchè questo ragionamento dovrebbe cambiare quando si arriva al monopolio di stato come ultimo giudice e strumento esecutivo della legge?! Poichè lo stato è un monopolista classico, dobbiamo prevedere che il prezzo della giustizia sia più elevato e al contrario la qualità più bassa. Peggio ancora, poiché lo stato è giudice anche nei conflitti che lo coinvolgono, ci si deve aspettare dallo stato che causi realmente dei conflitti per poi “risolverli” nel suo stesso interesse. Tuttavia questa non è giustizia – un “bene” – ma ingiustizia – un “male”. Così, per rispondere alla vostra domanda: no, considero lo stato una male inutile. In un ordine naturale, con un gran numero di agenzie di arbitrato e assicurative competenti, il prezzo della giustizia calerebbe e la sua qualità aumenterebbe. I miei due libri più recenti, in particolare Democrazia: Il Dio Che Ha Fallito ed anche Il Mito della Difesa Nazionale spiegano in considerevole dettaglio come una società senza stato – società che funziona da se stessa – potrebbe operare e generare una prosperità senza paragoni.

Che dire degli obiettivi di transizione verso la libertà per i paesi come la Turchia? La risposta che ho è essenzialmente la stessa per la Turchia che per la Germania, la Francia, l'Italia o qualunque altro grande paese. La democrazia o la democratizzazione non è la risposta – come non è stata la risposta neanche nei paesi dell'ex-impero sovietico. Né lo è la centralizzazione – come quella dell'EU. Forse il mio libro dovrebbe essere tradotto in Turco!

Al contrario, la speranza più grande per la libertà viene dai piccoli paesi: da Monaco, dall'Andorra, dal Liechtenstein, anche dalla Svizzera, da Hong Kong, da Singapore, dalle Bermude, ecc.; e come liberale uno dovrebbe sperare in un mondo di decine di migliaia di tali piccole entità indipendenti. Perchè non una città indipendente libera di Costantinopoli o di Smirne, che mantenesse rapporti amichevoli con il governo turco centrale, ma che non dovesse più versare le imposte a quest'ultimo né ricevere alcun sussidio da esso e che non riconoscesse più la legge dell'amministrazione centrale ma avesse la propria legge di Costantinopoli o di Smirne.

Gli apologeti dello stato centrale (e dei superstati come l'UE) affermano che una tal proliferazione di unità politiche indipendenti condurrebbe alla disintegrazione e all'impoverimento economico. Tuttavia, non solo la prova empirica parla acutamente contro questa affermazione: i piccoli paesi suddetti sono tutti più ricchi dei loro dintorni. Inoltre, la riflessione teorica inoltre indica che questa affermazione è solo un altro mito statale.

I piccoli governi hanno molti competitori vicini. Se tassano e regolamentano i loro soggetti visibilmente più dei loro competitori, sono destinati a soffrire per l'emigrazione del lavoro e del capitale. Inoltre, più piccolo il paese, più grande sarà la pressione per optare per il libero scambio piuttosto che per il protezionismo. Ogni interferenza di governo con il commercio estero conduce all'impoverimento, nel paese così come all'estero. Ma più piccolo un territorio ed i relativi mercati interni, più drammatico sarà questo effetto. Se gli Stati Uniti si dedicassero al protezionismo, il livello di vita medio negli Stati Uniti crollerebbe, ma nessuno morirebbe di fame. Se una singola città, ad esempio Monaco, facesse lo stesso, l'inedia sarebbe quasi immediata. Considerate una singola famiglia come l'unità secessionista più piccola concepibile. Dedicandosi al libero scambio senza restrizione, persino il più piccolo territorio può essere completamente integrato nel mercato mondiale e partecipare a tutti i vantaggi della divisione del lavoro. Effettivamente, i suoi proprietari possono diventare la gente più ricca della terra. D'altra parte, se gli stessi proprietari della famiglia decidessero di rinunciare a tutto il commercio inter-territoriale, ne risulterebbero abietta povertà o morte. Di conseguenza, più piccolo il territorio ed il relativo mercato interno, più probabile è che opterà per libero scambio.

Inoltre, come qui posso soltanto segnalare ma non spiegare, la secessione promuove anche l'integrazione monetaria e condurrebbe al cambio del sistema monetario attuale delle oscillanti valute di carta nazionali con una moneta-merce standard interamente fuori dal controllo statale.In conclusione, il mondo sarebbe così composto di piccoli governi liberali integrati economicamente attraverso il libero scambio ed una moneta-merce internazionale come l'oro. Sarebbe un mondo di prosperità, sviluppo economico e progresso culturale inauditi.

Akkurt
: Che cosa pensate del pensiero libertario nei paesi in via di sviluppo? Sotto l'influenza della World Bank e di FMI, pensate che potrebbero trovare la loro via ad un'economia di libero mercato? Siete ottimista sul futuro di questi paesi, compresa la Turchia, riguardo ai valori liberali classici?


Hoppe
: L'umanità è stata dotata di ragione. Quindi, possiamo sempre sperare che la verità infine vincerà. Se uno non può essere ottimista per quanto riguarda qualunque paese particolare, come la Turchia, dipende dalla risposta a questo problema: quanto, in che proporzione, i membri dell'elite intellettuale di questo paese hanno una salda conoscenza dei fondamenti economici? Ed è una delle mansioni centrali di un think-tank liberale produrre e moltiplicare tali persone e generare così ragioni per l'ottimismo.

Quello che deve essere compreso nel mondo “in via di sviluppo” è questo. Esistono ragioni per le quali alcuni paesi sono ricchi ed altri poveri – e questi motivi hanno poco a che fare con lo “sfruttamento” dei ricchi sui poveri (anche se una tal cosa indubbiamente esiste). Esiste soltanto una via alla prosperità generale: con il risparmio e gli investimenti. I paesi ricchi sono ricchi, perché hanno accumulato una grande scorta di beni capitali per capita. I paesi poveri sono poveri, perché hanno accumulato poco capitale. Perchè c'è molto risparmio -investimento e grande accumulazione di capitale in alcuni posti e poco in altri? Perché in alcuni posti esiste un grado di sicurezza relativamente alto della proprietà privata o è esistito in passato ed in altri la proprietà privata è o è stata sotto costanti attacchi in forma di confisca, tasse e pianificazione. Dove la proprietà privata non è sicura, ci sarnno pochi risparmi ed investimenti.

Perchè ci sono bassi o pochi investimenti privati stranieri nel cosiddetto mondo in via di sviluppo, malgrado i costi della manodopera siano molto più bassi che negli Stati Uniti o in Europa occidentale? Negli Stati Uniti, sentite le continue proteste per “i lavori esportati” in paesi del terzo mondo con bassi stipendi. Tuttavia, la cosa stupefacente è quanto piccolo questo tipo di esportazione è in realtà. Ancora: una ragione centrale per la quale gli stranieri non investono più nel mondo in via di sviluppo è l'alta insicurezza dei diritti di proprietà privata.

Inoltre, il mondo “in via di sviluppo” deve capire che una valuta sana e un sistema monetario sono un aspetto molto importante nella sicurezza della proprietà. Soprattutto, una legge fondamentale deve essere compresa: che un aumento nella produzione dei soldi di carta del governo non potrà – mai, mai –aumentare il benessere sociale. Dopo tutto, è solo un aumento nel numero di pezzi di carta colorata. Non genera un singolo bene supplementare per il consumatore o il produttore. Altrimenti, se più soldi di carta potessero produrre maggiore ricchezza, perché c'è ancora povera gente in giro? L'unica cosa che l'inflazione può e realizza è una ridistribuzione sistematica del benessere sociale esistente in favore del governo come produttore dei soldi supplementari e dei suoi clienti immediati (ed a scapito di coloro che devono conseguentemente pagare prezzi più elevati mentre il loro reddito è rimasto identico). L'inflazione dei soldi di carta ruba e confisca ed i governi dei paesi “in via di sviluppo” sono stati i nemici peggiori della sicurezza monetaria.

Il mio consiglio al mondo non sviluppato: conquisti la reputazione di un posto in cui la proprietà privata, compreso il denaro, è sicura (pensi alla Svizzera, per esempio). Allora prospererete. In caso contrario non ce la farete.

Per quanto riguarda l'aiuto dal FMI o dalla World Bank, non contateci. Al contrario, queste istituzioni sono un'importante fonte di furberia economica e disinformazione. Sono state fondate dai governi occidentali, primi gli Stati Uniti, per promuovere i loro interessi. Sono formate da migliaia di “esperti” burocrati con impieghi ben pagati che richiedono poco lavoro e offrono benefici esotici accessori. Se sono economisti, gli “esperti” sono molto probabilmente Keynesiani; che significa che per loro, non esiste nessun problema che i soldi di carta non possano curare. Questa burocrazia è dotata di soldi di carta che gli Stati Uniti ed i suoi governi alleati “hanno creato da aria sottile” (stampato). Negozia prestiti ai governi dei paesi in difficoltà finanziaria, presumibilmente per tirarli fuori dalla difficoltà.

Da questa costellazione si può derivare la seguente previsione: poiché non sono i loro soldi, o quelli degli investitori privati, che i burocrati internazionali prestano, hanno poco o nessun interesse che le loro proposte politiche funzionino realmente ed i prestiti vengano rimborsati. Peggio, poiché sono “governi in difficoltà” ad essere salvati con i prestiti, le difficoltà economiche e le politiche che conducono a tali difficoltà sono effettivamente incoraggiate (pensi allo Zimbabwe e a Mugabe!). Perversamente, allora, il fallimento delle loro stesse prescrizioni politiche fornisce un motivo per la continuazione della loro stessa esistenza e sviluppo. Che cosa farebbe il FMI, se i governi non provocassero difficoltà economiche?

Quindi, la cooperazione con il FMI e la World Bank dovrebbe essere temuta ed evitata.
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Link al testo originale.

2 comments:

D.O. said...

Ayn Rand è una donna :D.
Interessantissimo documento di uno dei più grandi pensatori viventi, molto accessibile tra l'altro (una sorta di HHH for Dummies). Grazie per averlo tradotto.

Paxtibi said...

Grazie dell'appunto, ora lo correggo. Se notassi altri errori dimmelo pure, io ogni tanto rileggo e ne trovo due o tre...

:-)